Il manifesto di Calenda, ecco perché non ci appassiona.

Da circa un mese l’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda propone un’idea di rifondazione del centrosinistra sotto il nome di Fronte Repubblicano; nome che non è stato accolto bene: “repubblicano” fa molto conservatorismo Made in USA, e “Fronte” evoca una semantica bellica, che tradisce un’idea di mera reazione contro il nemico comune (il populismo). 

Per l’ennesima volta ci troviamo arenati di fronte a qualcosa che ci perplime, confonde, lascia dubbiosi, e fondamentalmente non ci appassiona: l’ennesima crisi d’identità del centrosinistra, a seguito di una serie di sconfitte elettorali senza precedenti, prima alle nazionali, poi alle comunali. Oggi il cielo è gialloverde anche sulle ex regioni rosse.

Altra obiezione mossa a Calenda è che “il problema non è il nome ma sono i contenuti”. L’obiezione è già scaduta perché oggi il quotidiano Il Foglio ha pubblicato l’attesissimo manifesto di Carlo Calenda, che stavolta si concentra (anche troppo) sui contenuti. Ma non risolve il problema identitario del centrosinistra.

Se la ricerca del nome appariva infatti oziosa (da band del liceo: come ci chiamiamo? E giù a spararle grosse), la mera elencazione dei contenuti apparsa su Il Foglio è altrettanto fredda e priva di vita. 

Il fatto che Calenda, subissato di critiche, abbia già rinunciato al nome “Fronte Repubblicano”, tradisce soltanto che quel nome – la difesa delle istituzioni repubblicane” – forse non rappresentava per lui un’urgenza così imprescindibile. Se una battaglia è urgente, la conduci senza preoccuparti del nome e non ti curi di chi ti segue. La politica non è tanto questione di contenuti e contenitori ma di sensibilità verso alcuni problemi e bisogni del paese e di proposte per risolverli.

Dopo anni di ulivismo, unionismo e centrosinistrismo, ci troviamo di fronte all’ennesima oscillazione tra forma e sostanza, tra uovo e gallina, tra nome e contenuti. Una dicotomia che tradisce solo un grande smarrimento e denuncia che tra i due poli  (contenitore e contenuto) non esiste un autentico legame di necessità.

Siamo di fronte a quella che definirei la “sindrome del contenitore”, che oggi può contenere qualcosa, ma domani un’altra. Oggi il sindacalismo ma domani il liberismo, oggi Bersani ma domani Renzi, oggi Letta ma dopodomani Calenda. È questa costituzionale indeterminatezza che porta all’eterna scissione. Se il contenitore oggi può contenere qualcuno ma domani qualcun altro, ci sarà sempre qualcuno scontento che si professerà più fedele all’idea di fondo. Ma qual è l’idea di fondo?  

Non c’è. Il manifesto di Carlo Calenda è pieno di proposte, si tratta di ipotesi di provvedimento spesso condivisibili, responsabili e lungimiranti, ma: 1) non è chiara la discontinuità di merito col passato recente, passato e merito che hanno provocato l’emorragia di voti per cui ci troviamo qui. 2) dove c’è discontinuità, si inseguono spirito e proposte già fatte dai partiti populisti (vedi: salario minimo); 3) manca un collante ideale, valoriale, coerente e unificante.

Nel manifesto di Carlo Calenda, i soggetti delle frasi non sono (quasi mai) le persone. Sono l’Italia, l’occidente, l’UE, gli investimenti, l’innovazione. È come assistere a un dipinto di divinità neoclassiche mentre li’ fuori esplode l’impressionismo di Monet e Renoir, con soggetti che ti sembra di poter toccare con mano. 

Gli impressionisti. Li chiamiamo populisti perché parlano alla gente in modo generico e irrealistico. Ma è inutile continuare ad accusarli di irrealismo se ci danno lezioni di realtà in fatto di bisogni, valori, priorità. La realtà a cui parlano questi movimenti è una realtà emotiva, affettiva, per certi versi antropologica. Fanno appello a bisogni realmente sentiti tra le persone in carne e ossa. “Prima gli italiani”. “Prima gli italiani onesti”. Più realtà di questa si muore. 

Già mi vedo arrivare l’accusa: “non bisogna inseguire i populisti sul loro stesso terreno!” Verissimo. Ma lo sforzo per trovare una parola d’ordine non deve servirci tanto a inseguire i populisti quanto a scovare quale sia il bisogno reale e immanente nella società che ci muove a fare politica. Trovare il valore di fondo è uno sforzo necessario per capire veramente chi siamo, per andare alla radice dell’identità e della motivazione politica. Non per inseguire i populisti: loro sanno benissimo chi e che cosa sono. 

Il rischio è quello di essere inconsapevolmente populisti a nostra volta. Se infatti etichettiamo come populista l’appello a un popolo unico, generico e indistinto, allora è altrettanto populista pretendere di contenere e rappresentare tutte le istanze sociali con un progetto politico unico.

Calenda parla nel suo manifesto di sconfitti ma anche di vincenti: la pretesa di proteggerli entrambi, non è essa stessa populista e irricevibile? Segnalo incidentalmente anche la goffa incapacità, per un progetto che si propone di rifondare il centrosinistra, di scegliere di schierarsi semplicemente con gli sconfitti.

Insomma, senza abbassarsi a formulare slogan come “prima gli italiani”, bisognerà pur sempre capire da che parte si sta, scegliere qualcuno da proteggere “prima degli altri”. Se non sai da che parte stare, non sai chi sei e non è chiaro perché tu voglia impegnarti in politica.

I problemi di chi ti stanno a cuore? Di tutta l’Italia e di tutta l’UE? L’appello di Calenda agli sconfitti e alle loro paure sembra un’immensa foglia di fico, una toppa messa adesso da chi ha un occhio solo nel regno dei ciechi.

Per il resto non sembra cambiato nulla, o al peggio si insegue il populismo al governo con affermazioni come “Proteggere gli sconfitti”. Qui c’è un’emulazione di Salvini nell’istanza protettiva e paterna, ma uno snobismo depressivo e colpevole in quella dicitura: “sconfitti”. Salvini ha almeno la decenza di chiamarli orgogliosamente “italiani”, di dirgli che hanno un valore e che vanno protetti. Per non parlare della proposta di rafforzamento del REI, che insegue impudentemente il reddito di cittadinanza di Di Maio.  

E ancora: i movimenti che giustamente chiamiamo populisti nascono per condurre una sola battaglia. L’idea del “centrosinistra contenitore di temi”, che ci ostiniamo a tenere in vita con accanimento terapeutico, è perdente. Dalla caduta del muro abbiamo ereditato una comunità aggregata dalla presenza di tanti “ismi” accostati da tante “e”: antirazzismo e pluralismo ed ed ecologismo e sindacalismo ed Europeismo e stratuppismo e innovazione e quattropuntozerismo ed ellegibittismo.

Un universo variegato e colorato, per carità.  Ma che ha trasformato una parte politica in un mero contenitore di quelli che il sociologo Dal Lago chiama “temi contigui”. Temi che per tradizione, contingenze politiche, cultura storica, sono diventati patrimonio di una stessa area politica.

Ma è proprio questa dispersività che oggi allontana culturalmente l’elettorato. Perché i temi sono diventati troppi, evaporati in una nube di goccioline senza valore. Una dispersività percepita come inautentica, gratuita, e oziosa, meramente sovrastrutturale.

Prendiamo La Lega. Ha un nome (breve) e una battaglia principale, quella contro l’immigrazione. Fornero, Flat Tax? Sono arrivati dopo: la Lega era già contro gli albanesi a metà degli anni ’90. Il loro quid identitario è la lotta all’immigrazione (prima meridionale, poi straniera).

Il Movimento 5 Stelle ha: un nome puramente simbolico, che derivava dai 5 temi fondativi. Qualcuno se li ricorda? No. Ma qual è il loro valore guida? L’onestà contro la disonestà della kasta. Un tema di fondo coerente, chiaro, unico e persino epico. 

Una sola battaglia. per questo quando parlano di altri temi risultano e sono raffazzonati, approssimativi e incoerenti. A loro importa soltanto della battaglia principe, così simbolica da essere già realizzata al 90% nel momento stesso in cui accedono al potere.

Ma si badi: il populismo non è nella chiarezza degli slogan, ma nella loro banalità e implicita falsità: è chiaro che non tutto l’establishment è disonesto, come è chiaro che non tutti gli immigrati sono delinquenti. Ciò non toglie che si possano trovare parole d’ordine chiare e contemporaneamente oneste.

Una chiarezza che si raggiunge solo se si decide chi proteggere “prima” degli altri, insomma da che parte stare. L’anima della politica è l’arte dello schierarsi (per non dire che l’anima della sinistra sarebbe il conflitto di classe, come scrissero i Wu Ming in uno degli infiniti dibattiti su Repubblica di qualche anno fa). 

Dal manifesto di Calenda non emerge alcuna chiara idea di fondo. Solo un universo semantico che gira intorno alla “complessità”, alla “responsabilità” e alla “serietà”. L’enunciazione di un valore politico la si trova soltanto a tre quarti del testo (un editor libero non c’era?), quando a un certo punto recita: 

E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti.

Ecco finalmente una parola importante: libertà. Quella di Malagodi o quella di Berlusconi? Intorno a quest’ancoraggio liberale si chiude il cerchio: la pubblicazione su Il Foglio, e l’inquietante somiglianza tra il glossario dell’attuale opposizione del PD e quella di Forza Italia (ascoltare gli interventi sulla fiducia a conte: identici, da entrambe le parti).

Nella patologia del lessico politico italiano, oggi chiamiamo “di sinistra” un partito di ispirazione liberale. Perché da noi la destra è stata sempre illiberale. Nel caso di Berlusconi è stata grottesca e paternalista (ricordiamo il caso Englaro?) Quindi si rassegnino: c’è più Malagodi che Berlinguer, in questo progetto per “rifondare il centrosinistra”. Ma se inseguiamo le percentuali del PLI, stiamo freschi. 

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